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Quando si parla di stranieri, il mondo del giornalismo e della politica dovrebbero farsi un grosso esame di coscienza. L’Italia è il Paese in cui la gente, prima di esprimere un parere contrariato verso le politiche migratorie degli ultimi anni, sente l’obbligo morale di enunciare il presupposto “io non sono razzista, ma…”, come se il razzismo c’entrasse qualcosa con la crescente ed ultra maggioritaria diffidenza degli italiani verso gli extracomunitari.L’ipocrisia verso cui volge la nostra società è indice di un preoccupante declino contro il quale le categorie che dovrebbero rappresentare la nostra coscienza non sembrano aver voglia di spendersi.

Trovo fin troppo ovvio sottolineare, ma purtroppo devo farlo visti i presupposti enunciati, che per fortuna in Italia nessuno si sognerebbe mai di desiderare uno Stato uguale agli USA degli anni 50: dove i neri devono lasciare ai bianchi i posti a sedere negli autobus o dove alcuni spazi pubblici vengono vietati alle minoranze. Gli Italiani non possono essere preoccupati da una questione razziale, perché il razzismo non è nel loro DNA e perché in questo momento non c’è nessun regime in grado di imporre loro delle idee così deviate. Semplicemente, i cittadini sono inquietati da una differenza culturale con la quale ogni giorno di più, anziché confrontarsi e arricchirsi, devono scontrarsi e difendersi senza che lo stato abbia i mezzi per tutelarli.

In questo Paese ci sono delle situazioni che riguardano gli immigrati palesemente al di fuori di ogni logica di legalità e rispetto degli altri che, anziché essere analizzate con la serenità di una politica e di un giornalismo seri, rappresentano invece il presupposto per dividere il mondo in uomini ottusi e primitivi da una parte e menti sopraffini dall’altra, dove per uomini ottusi si intendono i cittadini medi che imparano la vita vivendo e per menti sopraffini si intendono quegli intellettuali radical chic con l’occhiale di Gucci e la giacca di velluto che cercano nei libri di filosofia la risposta ai maxi menu di McDonald’s.

Per esempio: chi glielo fa fare a un padovano qualsiasi di rispettare una delle tante direttive comunali (dal divieto di annaffiare i giardini d’estate ai tanti blocchi del traffico), quando sotto i suoi occhi ci sono interi quartieri nei quali una persona normale avrebbe paura a girare ad ogni ora del giorno e della notte? Chi glielo fa fare a chi va ad abitare in una casa di nuova costruzione di accettare i più improbabili controlli per ottenere l’abitabilità, quando sotto i suoi occhi ci sono campi Rom dove, come si sa, non vengono rispettate minimamente le più elementari norme in materia di igiene e sicurezza? Sono queste contraddizioni che sono inaccettabili e lo sarebbero allo stesso modo se i protagonisti fossero tutti italiani.

A questo punto il radical chic a cui si faceva riferimento due paragrafi fa obietterebbe che anche gli italiani delinquono e che la maggior parte delle persone che vengono in Italia non lo fanno per commettere reati, come se per sapere una cosa del genere ci sia bisogno di essere dei geni o come se la questione dell’immigrazione si riducesse a una considerazione così banale. Se gli stranieri sono il 5% della Popolazione, ma nonostante questo rappresentano quasi la metà della popolazione carceraria è tanto difficile dire che la loro predisposizione alle delinquenza è più alta? Se al TG si parla di una rapina in villa e alla persona che sta ascoltando il servizio viene spontaneo pensare che il protagonista sia uno straniero ancor prima di sentire la dinamica dei fatti, è perché siamo diventati un popolo di razzisti o ci sono altri motivi?

In risposta ad ogni tragico evento che vede per protagonista un immigrato, c’è sempre un fondo sul Corriere o su La Repubblica che, per affermare al mondo che chi l’ha scritto è una mente meravigliosa, ristabilisce il principio per il quale siamo tutti identici e che anche questa volta il popolo si sbaglia a indignarsi. Dopo l’ombrellata nella metropolitana di Roma, il genio di turno è apparso in prima pagina sostenendo che si sbagliava a dire la “rumena che ha dato l’ombrellata”, visto che ad Erba nessuno si è sognato di dire i “comaschi che hanno ucciso”. Siamo davvero arrivati a un punto così basso? Forse sì. Evidentemente lo stesso fondo del barile che porta Rino Tommasi a usare il colore dei pantaloni per far distinguere ai telespettatori un pugile dall’altro negli incontri tra un bianco e un nero.

Continuerei a esporre tesi di questo tipo per pagine e pagine ma so che chi legge ha già ampiamente dato una colorazione politica alle mie parole, in un’Italia dove se dici che gli operai guadagnano poco sei un comunista e dove se hai un adesivo col tricolore sulla macchina sei un fascista. Per sovvertire queste idee, come mi piace tanto fare, parlando di globalizzazione potrei ricordare che ogni giorno muore di fame una quantità di bambini che è uguale a quella di tutti i morti delle torri gemelle e che quindi dall’11 settembre 2001 a oggi ci sono stati più o meno altri 2000 11 settembre senza che nessun telegiornale se ne sia accorto. Potrei parlare di quello che ha fatto l’uomo occidentale nei secoli scorsi in Nord America, Sud America e Africa, lasciando per terra molta più gente di quanto faranno le prossime 1000 generazioni di delinquenti albanesi e marocchini. O potrei semplicemente ricordare che questa immigrazione fa tanto comodo a chi sa che la minore cultura mal si concilia con il riconoscimento dei diritti di lavoratore. A chi sa che in Cina si lavora 15 ore al giorno e che lo stipendio anziché un diritto è una concessione. A chi si approfitta della precarietà sociale degli extracomunitari per chiedere sempre di più e dare sempre meno, nel presupposto che fuori dalla porta ci sono tante persone che bussano e che sono sempre pronte a prendere il posto di chi si lamenta.

Tornando ancora indietro potrei chiedermi perché gli stessi che ad ogni apertura della caccia vanno a fischiare le doppiette invece non fanno niente contro le atroci sofferenze a cui sono destinati gli animali che vengono uccisi secondo certi riti religiosi. E la mia malizia non mi fa pensare che il loro silenzio sia imposto dalla paura di fare la fine di Theo Van Gogh, perché sono sicuro che quello è il genere di persona che è buona coi buoni e cattiva coi cattivi.

Che bisogno c’è di preoccuparsi? Siamo il Paese dove chiunque paga per le sue colpe. Cantava Battiato: povera Italia.

Daniele Carrer